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Colledara
- aggiuntovi: Da Colledara a Firenze
Fedele Romani
R. Bemporad & Figlio, 1915, pagine 335

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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[ Testo della pagina elaborato con OCR ]

   tillante, come sogliono essere i fuochi delle montagne, attorno al quale s'adoperavano e preparavano la cucina una donna che poteva essere anche una signora e due giovinette che potevano essere anche due signorine. Dopo averle salutate e aver detto che desideravo d'essere alloggiato per quella notte, mi ricoprii il capo e mi misi a sedere accanto al fuoco con le gambe allungate e allargate e con tutta l'aria d'un padrone. Pagavo e intendevo di godermi quel poco bene che, dopo il lungo e noioso viaggio, il buon Dio mi mandava. Ordinai la cena e mi fa sollecitamente preparata. Le signorine conversarono affabilmente con me tutto il tempo della cena e mi narrarono tra l'altro la fiera e tragica fine del padre loro, preso, pochi anni prima, e ferocemente trucidato dai briganti. Dopo d'aver mangiato quella roba che avevo ordinato, poiché la viva e interessante conversazione di quelle giovanette pareva mi avesse fatto crescere l'appetito, ordinai ancora del formaggio e del salame, e poi finalmente, dopo d'aver ben raccomandato che le lenzuola del letto fossero pulite, me ne andai a riposare. Alzatomi la mattina per riprendere il viaggio per Aquila, chiesi il conto alle mie brave signorine. Le signorine si guardarono in viso e sorrisero ; poi rivolte a me : — Ma Lei — mi dissero — non si trova mica in una locanda; noi ospitiamo qualche volta i signori che passano di qui, ma non certo per danaro. — Rimasi come berlicche; capii finalmente d'essere in una casa di proprietarii o di signori come dicono negli Abruzzi; divenni rosso come un peperone e cominciai a balbettare mille scuse; ma le signorine ridevano, ridevano; si sfogavano delle risa accumulate e condensate la sera precedente.
   Le signorine andavano spesso ad Aquila e tutte le volte che ci s'incontrava per via solevamo accompagnare