nava, attendeva al suo uffizio e pareva che ordinariamente stesse bene, potesse poi improvvisamente, a tratti, star così male.
E infatti il cuore non presentava all'osservazione nessuna alterazione organica.
Dopo qualche mese di sofferenze, poco fidandomi oramai del giudizio dei medici, in un momento di profondo sconforto presi il treno e corsi a Napoli.
Ma durante il viaggio mi ripresero gli accessi: ero solo nel vagone; era di notte; e in quell'ora e in quella solitudine il mio spavento, la mia angoscia e il mio avvilimento si raddoppiava ; perciò pregavo via via qualche controllore che mi tenesse compagnia, promettendo un po' di mancia. Essi accettavano volentieri. Arrivato a Napoli, corsi all'Ospedale di Gesù e Maria, dove in quel tempo facevano le pratiche molti miei antichi compagni di studio: essi mi accolsero con festa e riuscirono in qualche modo a sollevarmi lo spirito se non a togliermi il male; ma qualunque fosse stata la mia condizione d'animo nei momenti normali, io tornavo sempre il medesimo negli accessi, perchè l'aver constatato che essi non riuscivano mortali, non valeva a darmi coraggio, parendomi in ogni accesso di aver sensazioni nuove e del tutto diverse dalle precedenti.
Appena giunto all'Ospedale feci chiedere del professore Paolucci, abruzzese del Vasto, libero docente, celebre medico e, quel che è assai più, uomo d'una gentilezza e d'un'affabilità impareggiabile, per il quale io avevo una lettera di raccomandazione. Mi fece rispondere che aspettassi la fine della lezione, alla quale in quel momento egli attendeva. Per dare un'idea del mio stato d'abbattimento, dirò che alla risposta del Paolucci che mi fu comunicata, io risposi alla mia volta che la vita di un uomo valeva