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dero a quegli alti studi, della grande importanza dell'acri coltura per uu paese.
Di cosiffatte scuole ne ebbe l'Inghilterra nella Università di Oxford, ne avemmo noi a Bologna, a Napoli, a Palermo, a Torino. Ma sventuratamente nella riforma della pubblica istruzione, che si fece nel principio del nostro risorgimento, non si intese le funzioui che questo insegnamento aveva nelle Università; funzioui, come teste ricordammo, che servivano ad imprimere un giusto concetto dell'importanza agricola pi-esso le classi superiori del paese. Quindi è che in molte Università questo insegnamento importantissimo per l'alto scopo politico ed economico, cui mirava, fu soppresso con grande detrimento non solo della agricoltura, ma della prosperità generale del paese e della potenza economica della nazione e dello Stato, che alla fin fine sempre si traduce in potenza civile e politica.
Queste cattedre ancora esistono in Inghilterra ed altrove indipendenti da ogni insegnamento agrario propriamente detto; e noi desidereremmo di rivederle di nuovo nelle nostre Università. Ad ognuno è noto il professore Daubney dell'Università di Oxford, i cui scritti sono stati fra noi tradotti. In quell'Università, in una sola cattedra, secondo la convenienza della geuerale coltura, s'insegnano tutte quelle scienze attinenti all'agricoltura per le quali, per chi vuol divenire veramente agricoltore, si richiede tanti maestri. Così le classi più elevate del paese, che vanno o ad Edimburgo, o ad Oxford a studiare, ne riportano un giusto concetto dell'agricoltura.
Ed io credo fermamente che dalla deficienza di questo studio, dall'aver noi bandito dalla coltura generale l'insegnamento dell'agricoltura, sia derivato un danno gravissimo al paese. Noi Italiani, permettetemi, Colleglli, di parlar francamente iu materia di tanta importanza, non ci siamo fatti generalmente, fino dal principio del nostro risorgimento, uu concetto molto giusto della grande importanza che in una nazione ed in uno Stato abbia l'agricoltura; quindi è ehe anche adesso sentiamo certi strani giudizi, i quali non