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Opere Complete di Pancrazio Palma (1781-1850)

Giovanni Palma (a cura di)
Giovanni Fabbri Teramo, 1912, pagine 572

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a cura di Federico Adamoli

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   96 OPERE COMPLETE
   espulsi con guerre di distruzione dal 1155 al 1161. Teramo dunque fu diroccata da' fondamenti ed arsa per la seconda volta dal nominato conte circa il 1155, non conoscendosi il tempo preciso; né sé ciò avvenisse nella prima defezione, o in una delle accennate scorrerie di quel facinoroso, le quali, scrive Antinori « molestarono specialmente i luoghi di Apruzzo, vale a dire presso a Teramo ed al Tronto ». Dovette la distruzione essere posteriore, non solo alla rivela de' feudi sopra riferita, ma anche alla bolla dì Anastasio IV, spedita nel 1153, e ad un diploma di concessione in enfiteusi, fatta dal vescovo Guidone nell'anno 1154, inclusa nel Cartolario. Pare che avvenisse dopo il parlamento generale, tenuto da Guiglielmo I. presso Salerno nel 1155, perché al medesimo intervenne il Loretello e forse ivi congiurò col Eupecanina ed altri.
   I campati cittadini vagavano incerti, allorché il vescovo Guidone II, pertossi in Palermo, affili di chiedere al re Guglielmo privilegi e soccorsi per riedificare la città, richiamarvi gli antichi abitatori, e nuovi procurarne, con esenzione da' tributi, meno dall'adoa pagabile dal Vescovo. Costui non ebbe in tale occasione la città in feudo, come molti credettero, che n'era in possesso, giacché la mostra sopra riferita, nella quale lo stesso Guidone, dicendo possedere Te-ramo, esibì 24 militi e 40 fanti, dovette essere anteriore alla distruzione, come lo mostrano altr'indizl: che se fosse stata posteriore non avrebbe dovuto, né potuto fare tale vistosa oiferta, né andar pensando ad ottener la bolla di Anastasio IV per dritti litigiosi, quando la sua sede era atterrata. Perciò anteriori erano i titoli feudali del vescovo sopra Teramo, e se è permesso di far conghietture, si può giudicare che ne andasse debitore a Carlo Magno, il quale fu largo di concessioni verso i due circostanti vescovi di Penne e di Ascoli, o al suo figlio che più si trattenne fra noi e si sa che quegl'imperatori preferivano di dar feudi ad ecclesiastici, opinando che costoro non mancassero di fedeltà così facilmente come i laici. A ciò aggiungo, che se il vescovo fosse stato debitore del feudale dominio a re Guglielmo, ne avrebbe fatta qualche menzione nel privi-

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