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Opere Complete di Pancrazio Palma (1781-1850)

Giovanni Palma (a cura di)
Giovanni Fabbri Teramo, 1912, pagine 572

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a cura di Federico Adamoli

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   DI PANCKAZIO PAT.MÀ • 123
   era difficile; poiché essendo la città murata e munita di torri a conveniente distanza, ad ognuna metteva capo una strada. Or i complatearì dovevano al primo segno portarsi alla ^ispettiva torre colle proprie armi, senza il minimo disordine o confusione, e senza che alcun punto rimanesse indifeso. La mattina all'alba si spiegò lo stendardo dell'Università. Ciò importava che tutti gli uomini atti alle armi erano obbligati di seguirlo, ed a tal semplice vista in men di un'ora si raunarono mille e più giovani armati, i quali si portarono in JVIiano, ove i fuorusciti si erano fortificati nella ritirata di. quel castello. I Teramani lor diedero sì fiero assalto che tutti quei tristi furono ITCCÌSÌ, meno otto che si arresero salva la vita, e venti presi di viva forza, che condotti in città furono impiccati. Questa valorosa fazione costò la vita a vari cittadini ed a due romani fami-gliari del vescovo Arcione, concorsi all'impresa.
   Finalmente Ludovico di Ungheria sen venne in Aquila; ridusse all'ubbidienza Solmona, e di là per Molise giunse in Terra di Lavoro. Giovanna ritirossi nei suoi Stati di Provenza, ove la seguì Luigi suo sposo. Gli altri cinque principi, cioè Carlo, Luigi e Eoberto di Durazzo, Eoberto e Filippo di Taranto presentaronsi ali' Ungaro, il quale a' 25 Gennajo 1347, senza formalità giudiziaria, fece trucidare Carlo in espiazione dell' assassinio di Andrea, e gli altri quattro mandò prigioni in Ungheria. Dopo di che, entrato, in ISTapoli, fu la sua sovranità riconosciuta da tutto il regno. Il suo fiero carattere però, il trattamento fatto ai regali, la condotta de' suoi soldati gli aveano eccitato l'odiò de' regnicoli. Atterrito dalla peste, dopo quattro mesi, per Barletta andossene con Dio, lasciando il tedesco Lupo per suo vicario.
   Intanto il contagio portato dal Levante, fu sì micidiale, che al dir del Muratori, simile non si era mai veduto né si vidde dipoi. La città di Aquila perdette due terzi degli abitanti. Crede il Muzj rilevare da manoscritti della città, che questa negli anni 1348, 1349, 1350 non fosse molestata né da epidemia, né da banditi, allora innumerabili, né dalla guerra del re Ludovico. Il Palma però argomenta dalla fon-

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