HI PANCRAZIO PALMA
del Pontefice confortare gli aderenti di Ladislao, ma non ismossero quei del partito Angioino, particolarmente dopoché Luigi s'impadronì di Napoli. Di là creò Luigi di Savoja viceré degli Apruzzi e conte di 8. Flaviano. Di quest'ultima concessione non si dette pensiero Antonio di Acquaviva effettivo conte di quella Terra, parti tante fedelissimo di Ladislao. Mentre dunque il regno era lacerato dalla civil guerra; ed i baroni cogli avventurieri scorrevano il paese, a nome de' due competitori, ma realmente a loro profitto, i Oivitellesi, strinsero lega cogli Ascolani, comunicandosi i dritti di cittadinanza. Difatti gli affari di Ladislao peggioravano, e Luigi coronato dal pontefice re di Sicilia, prepa-ravasi a venire in regno, dove =cran numero di baroni erano a lui devoti. Tali però non erano i Camplesi, né i Teramani sottoposti ad Antonello, che godevasi da due'anni la pacifica padronanza di questi ultimi. I Camponeschi tuttavia profittarono dei disordini per rimpossessarsi del contado di Montorio, che era stato dato dal re, al conte di S. Flaviano. L'esiliato Brrico di Melatine frattanto, perduta la speranza di rientrare in patria, nel godimento de' dritti civici e de' suoi beni, mercé l'autorità del re; vedendosi debole per assalire coi suoi compagni di proscrizione il felice rivale, né potendo risolversi a tollerar per sempre il bando e la confisca, si ridusse al partito di offrire la signoria di Te-ramo al conte Antonio di Acquaviva, se ajutarlo voleva a scacciarne Antonello. Accettò il conte l'invito, e mantenute le pratiche segretamente per un mese, alcuni aderenti di Brrico, che erano nella città corromperono con denaro le guardie dì Antonello, disviarono i figli alla caccia, e così a' 22 Novembre due ore avanti giorno, il conte, colla più spedita gente che potè avere ed Errico co' suoi partegiani, se ne vennero in Teramo, ed entrati a man salva nel cortile, donde nella camera di Antonello, lo uccìsero nel letto. Poi gettarono il suo corpo ignudo dalla finestra. Allora uno de' cittadini scacciati da lui gli troncò la testa, la infisse ad una partigiana, e portandola per le strade gridava: « questa è la testa del tiranno Antonello, il quale jeri riputava POCO l'essere signore, governatore e magistrato di Teramo, »