Ì6(j OPERE COMPLETE
te, ove subito accese grandi fuochi a fin di far palese il suo arrivo a Giosia che l'accolse nelle sue terre marittime, dalle quali quel capitano passò nel territorio di Chieti, dopo sottomessi Penne, Loreto e Città S. Angelo.
Battuto Ferdinando a Sarno a' 7 Luglio avrebbe di certo perduto il regno' senza i soccorsi di Pio II e del Duca di Milano, i quali inviarono truppe sotto il comando di due fratelli Sforza e di Federico Conte di Urbino. Costoro passato il Tronto occuparono S. Flavi ano (erroneamente detto S. Fabiano dal Oorio, dal Sansovino e dal Muratori). Ciò sentendo il Piccinino, rafforzatosi colle truppe dei Caldera, retrocedendo venne a posarsi nella collina di Sozzino, non frapponendosi fra lui e gli Sforzeschi che il Tordino, ed una palude che era tra il fiume e la terra '). Dopo essersi guardati per molti giorni i rinomati condottieri, attaccarono battaglia a' 27 Luglio .circa le ore venti. Fu quella ostinata, trattandosi di s'ostenere P onore della scuola del vecchio Braccio e' degli Sforza. Sopravvenne la notte né perciò si rallentò la pugna. Tentò più volte il Piccinino prender di fianco Poste nemica, ma la palude glie lo impedì. Finalmente battè la. ritirata verso le ore tre della notte, rimanendosi in guardia fin'a giorno al lume di fuochi accesi con le aste rotte. Il sole del 28 fece conoscere quanto atroce fosse stato il combattimento essendone il campo coperto di morti, di feriti, di sangue e di armi. Ludovico Lazzarelli, allora domiciliato in Campii, descrisse in versi tal famosa battaglia facendo ascendere i morti a 800 cavalieri e 1800 fanti. Stettero gli Sforza tutto quel giorno ai loro posti; ma considerando di essere attorniati da paesi nemici, che potevano privarli dei viveri, non avendo sicura la comunicazione colle Marche, si ritirarono nella notte seguente a Grotte a mare. Il Piccinino gl'inseguì sino al Tronto, quindi ritornossi verso Chieti, ov'erasi chiuso il Viceré Matteo di Capua.
Continuò lo svantaggio di Ferdinando in tutto quel-
') Questa palude è stata posteriormente occupata dall'alveo del Tordino nella parte inferiore, prosciugandosi nella parte superiore, che ne rattiene il nome ma è coltivata a dì nostri.