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Hymalaya 86
Spedizione scientifico-alpinistica

della scuola di Alpinismo e Sci - Alpinismo "Gran Sasso"
della Delegazione Abruzzese del C.A.I.

          Himalaya 86 si realizza sul ghiacciaio Datura, situato nel Nord del Pakistan al confine con la Cina e l'Afghanistan. Da Rawalpindi - Islamabad, percorrendo circa 800 chilometri di strade in condizioni il più delle volte disastrose in due giorni e una notte di viaggio, risalendo la valle dell'Indo prima e - una volta superata Gilghit sulla Karakorum High Way - costeggiando il fiume Hunza poi, la Spedizione si porta a Pasu, ultimo avamposto prima del Khunjerab Pass, limite di confine con la Cina. Da Pasu, risalendo il ghiacciaio Batura che in gran parte risulta ancora inesplorato, puntiamo verso la sua origine. Racchiuso da cime sconosciute ed inviolate, esso ne cela una di 7016 metri: questa è la nostra meta. La spedizione è costituita da 14 componenti, tutti Istruttori della scuola "Gran Sasso". Essi sono di Teramo, L'Aquila, Pescara, Sulmona, Loreto Aprutino e Penne: l'Abruzzo è rappresentato in larga parte. Al decimo giorno di marcia lungo i 90 chilometri del ghiacciaio Batura viene fissato il Campo Base e nei seguenti 34 giorni si sviluppano gli avvicinamenti ed i tentativi per la conquista della montagna "Inviolata". Il maltempo prima, oltre a numerose nonchè inaspettate difficoltà insormontabili poi, intimano ad una inevitabile ma nello stesso tempo inconcepibile rinuncia. L'orgoglio, la passione e la caparbietà che contraddistinguono il popolo d'Abruzzo spingono ad un ultimo disperato tentativo su un altro versante: da questo momento la montagna, fino ad ora "Inviolata" e senza nome, sarà conosciuta come "Abruzzo Peak".

Relazione Himalaya 86


          L'idea della spedizione nacque verso la fine del 1984 fra gli Istruttori della Scuola di Alpinismo Gran sasso della Delegazione Abruzzese del CAI ; per un anno e mezzo il lavoro organizzativo ha impegnato tutti i componenti la spedizione Himalaya 86 e ne veniva definito il suo programma che prevedeva due compiti, uno alpinistico e uno scientifico. All'epoca si riteneva che l'attività scientifica potesse ostacolare l'attività alpinistica, si decise così che i componenti l'Equipe, tutti abruzzesi, avrebbero lavorato in ambedue i settori contemporaneamente, una buona parte dei componenti doveva svolgere quindi un doppio compito, alpinistico-esplorativo e scientifico. Come obbiettivo alpinistico fu individuata una cima mai tentata collocata in un angolo remoto della catena dell' Himalaya. La montagna da noi scelta come obbiettivo alpinistico non aveva un nome perchè non era visibile nè da un fondo valle, nè dagli alti pascoli delle valli che la circondano, Batura ad est, Kukuar e Baltar a sud, Karambar ad ovest e Yashkuk a nord, in territorio Pakistano a confine tra Cina e Afganistan. Per raggiungere la base della nostra montagna avremmo dovuto risalire tutta la vallata del Batura, questo significava percorrere ali' incirca 90 chilometri di ghiacciaio. L'unica foto rintracciata, dalla quale abbiamo potuto intuire la bellezza della nostra montagna e stabilirne l'ubicazione è quella scattata da Schell nel 1964 dalla cima del Momhil-Sar da una distanza di 100 Km. , assolutamente inutile al fine della conoscenza di dettagli e valutazioni di ordine e qualità alpinistica.
          Il programma scientifico comprendeva:
- Medicina - studi: delle modificazioni cardiovascolari, respiratorie e dei volumi sanguigni sotto sforzo ed ipossia; sul sonno, sull'alimentazione, sul comportamento psicologico tutti riferiti alle alte quote.
- Geologia - studio della velocità di scorrimento e della conformazione del Ghiacciaio Batura.
- Geografia - rilievi topografici, correzione e completamento della cartografia esistente.
- Flora e fauna - indagine floro-faunistica nelle valli che la spedizione ha attraversato.
          I risultati conseguiti, rispetto a quelli programmati, si concretizzano in positivo per la Spedizione, infatti le ricerche scientifiche sono state realizzate per gran parte del loro programma annunciato prima della partenza. Il gruppo degli alpinisti, oltre ad aver esplorato aree fino ad ora sconosciute, ha raggiunto la vetta della montagna senza nome, m. 7.016, e un'altra cima inviolata di m. 6.572 situata nella stessa zona. Abbiamo voluto chiamare le due cime da noi salite per primi, Abruzzo Peak e cima Pescara anche per rafforzare e ravvivare un legame già esistente tra l'Abruzzo e le Montagne del Karakorum!
          La relazione alpinistica che segue e tratta dagli appunti e dai diari dei membri della Spedizione, è un racconto semplice e cronologico dei 40 giorni vissuti dai 14 componenti l'Equipe Abruzzese far le montagne del Karakorum.
          Tutto il gruppo arriva a Rawalpindi-Islamabad il mattino del 26giugno 1986, il 1° luglio all'alba con un bus e un camion in due giorni percorriamo gli 800 Km. Della Karakorum Highway fino al Gilgit e poi al villaggio di Passu attraverso fa valle dell'Indo prima, poi lungo l'amena Valle degli Hunza a volte estremamente selvaggia ed arida.
          Il 3 luglio con 178 portatori di valle iniziamo la lunga marcia di avvicinamento che dal fronte del ghiacciaio Batura in dieci giorni di marcia ci porta fino alla collocazione del campo base a quota 4.450 in una zona sicura al disopra di una tediosa seraccata.
          L'11 luglio dopo la laboriosa sistemazione del Campo Base sei alpinisti vanno in esplorazione in direzione Nord-Ovest, dopo un percorso tra crepacci, seraccate ed alla fine di un interminabile pianoro viene individuato un punto dove fissare il Campo I che il giorno seguente con l'aiuto di 4 portatori viene montato a quota 4.950, mentre comincia a nevicare. Nevica anche il 13 luglio, alcuni alpinisti scendono al Campo Base, il 15 luglio superata una rampa precedentemente attrezzata con corde fisse si percorre un pianoro che termina sotto l'enorme parete Sud della nostra montagna costituita da scivoli di ghiaccio che con oltre 1.500 m. di dislivello si ergono fino quasi alla cima. Su questa parete ghiacciata solcata da instabili creste rocciose dovrebbe svolgersi il tentativo di scalata alla vetta. In questa zona viene individuato il luogo per un Campo II che viene completato il 16 luglio a quota 5.400 m.
          Il 17 luglio quattro alpinisti si muovono dal Campo II con l'attrezzatura completa per installare un Campo III che potesse consentire di passare le notte e il giorno seguente effettuare un primo tentativo alla vetta. Si individua e raggiunge uno spiazzo dove fissare la tenda del Campo III su uno sperone aereo a quota 5.900, II tempo però cambia all'improvviso, nevica forte e bisogna immediatamente riscendere per evitare di trovarsi su quella enorme parete con gli scivoli carichi di neve. Si interrompe così il primo tentativo.
          Dal 18 luglio fimo al 25 il maltempo imperversa su tutto il Karakorum; in alto neve e bufere, in basso piogge incessanti. I movimenti degli uomini sulla montagna si limitano ai rifornimenti dei Campi I e II. Il 25 luglio tutti gli uomini sono al Campo Base.
          Il 26 luglio finalmente smette di piovere al campo Base e di nevicare in alto, quattro alpinisti ripartono per il Campo II dove il 27 luglio sono raggiunti ad altri tre , tutta la spedizione si rimette in moto, il 28 tre alpinisti muovono alla volta del Campo III lungo gli interminabili scivoli verso i 6.000 m., ma constatano che la tendina lasciata a quota 5.900 è stata strappata via dalle bufere dei giorni precedenti, il tempo si rimette di nuovo al brutto e devono decidere di riscendere di nuovo al campo II.
          Il 29 luglio sveglia a mezzanotte per i sei occupanti del campo II, il tempo sembra migliorato, all'una e trenta iniziano la salita con il materiale per ristabilire il Campo III e per un eventuale Campo IV da porre ancora più in alto sulla cresta Ovest, i sei raggiungono quota 6.150 m. , la neve comincia a sfondare, il tratto superiore, 6.500 - 6.600 m. diventa più ripido ed impegnativo, la marcia rallenta, il ghiaccio durissimo sotto e la neve farinosa sopra rendono la progressione faticosa ed insidiosa. Raggiungono la sospirata spalla della cresta a 6.600 m. costituita da una enorme cornice sporgente che precipita sulla parete Nord, qui li accoglie un vento gelido ed un amara sorpresa : non la ipotizzata e sognata facile cresta rocciosa che dolcemente dovrebbe condurre in vetta, ma una affilatissima cresta ricca di paurose cornici, invalicabili torrioni rocciosi, ghiaccio verde e numerosi saliscendi. Rimangono fisicamente e moralmente gelati. Sono le 8,30 con la vetta a soli 400 m., ma irraggiungibile. Il vento incalza, il tratto superiore dello scivolo è molto ripido e con la neve alta e le improvvise escursioni termiche, potrebbe diventare una trappola, si decide per ritirarsi subito, è una "fuga " paradossale alle 9 del mattino, ma a sera non sono pentiti della decisione presa, e di nuovo il repentino cambiamento del tempo, determina le condizioni per la formazione di valanghe che arrivano dallo scivolo della parete Sud fino ad insidiare il Campo II, la decisione della ritirata da loro ragione.
          Il 30 luglio tre alpinisti ridiscendono al Campo Base, l'amarissima decisione di porre termine alle operazioni è ormai improrogabile perchè : le condizioni meteorologiche sono assolutamente avverse, come pure le previsioni per i giorni successivi e l'innevamento della montagna in quota è molto pericolosa.
          Il 31 luglio tre alpinisti provvedono al recupero dei Campi II e I e scendono al Campo Base, due alpinisti con il necessario per un mini Campo partono in direzione Ovest per un'ultima discoperta possibilità su un versante sino ad ora inesplorato, raggiungono quota 6.000 al disopra di un quarto pianoro e piazzano la loro tenda.
          Il 1 agosto i due attraversano in direzione Nord l'ampio pianoro del ghiacciaio dove si trovano e raggiungono una sella a 6.150 m., da quel punto intravedono una certa possibilità di salita della nostra montagna, comunicano la possibilità via radio al Campo Base e decidono di tentare la salita all'antistante montagna di 6.572 m. alle 10,45 sono in vetta. Incoraggiati da questo ultimo risultato e dalle notizie della possibilità di poter raggiungere la vetta della montagna senza nome tre alpinisti partono dal Campo Base.
          Dopo aver bivaccato lungo il percorso il 2 agosto i tre raggiungono il Campo III bis dove restano in quattro per il tentativo, intanto dal Campo Base giunge notizia dell'arrivo di una nuova perturbazione, i quattro ormai determinati per l'ultimo tentativo a mezzanotte partono per la vetta.
          Alle 7,30 del 3 agosto raggiungono la cresta nord della montagna e superando gli ultimi ostacoli di neve farinosa e terreno misto, ghiaccio verde su una pendenza di 60° circa raggiungono una selletta a quota 6.800, dalla quale dopo una lunga sosta, proseguono per l'interminabile cresta nevosa sommitale che con vari saliscendi conduce alla vetta. Il punto più alto della vetta della Montagna Sconosciuta, che da quel momento si chiama Abruzzo Peak viene raggiunto dai quattro alle ore 10,30. Durante la discesa a quota 6.700 purtroppo si verificherà un incidente del quale resterà vittima uno degli alpinisti, solo in tarda serata è possibile avvertire il Campo Base dal quale partono due alpinisti e un portatore d'alta quota, il maltempo imperversa, per quattro giorni restano tutti bloccati in quota non e possibile raggiungerli e ne l'allertato elicottero dell'esercito Pakistano può operare tentativi, al quinto giorno una schiarita permette il recupero dell'infortunato e il suo trasporto all'ospedale di Gilgit.

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