Panorama di Silvi

     L'immagine di una Silvi da sogno, in un'atmosfera quasi irreale, dal sapore di un tempo perduto, emerge dalle parole di Luigi Antonelli nell'articolo "Panorama di Silvi", che venne pubblicato negli anni trenta in tre periodici: "Il Roma della domenica" giornale letterario illustrato della società editrice "Roma" pubblicato a Napoli (30 dicembre 1934); "Il Giornale d'Italia" (9 ottobre 1931) e "Il Solco".
     Il quadro che descrive Antonelli restituisce quasi un'apoteosi del paese "fabbricato sopra una roccia e sospeso a picco sul mare" come un "nido di aquile" che "vigila dall'alto". Il "paese del silenzio" viene dipinto quasi come una visione in cui spicca lo "stato di assoluta felicità in cui si trovano gli elementi che vi concorrono". Le donne che si affacciano dal belvedere per seguire le barche dei mariti e dei figli, lo schiamazzo dei bimbi, il pazzerello quasi "inventato per dar sapore al paesaggio", i vecchi che "discutono, ammoniscono, sentenziano pacatamente", le donne che escono all'alba "recando sulla paletta di ferro la brace" con la quale si scambiano il fuoco e si danno il buongiorno. "Su queste cose semplici e immobili Silvi è sospesa miracolosamente".


PANORAMA DI SILVI

     Silvi d'Abruzzo: chi conosce questo paese fabbricato sopra una roccia e sospeso picco sul mare?
     Il mare si distende quasi improvviso ai suoi piedi, dalla curva di Ancona al faro di Vasto, e non è la solita striscia azzurra dei panorami adriatici; è il mare alto che divora l'orizzonte, e cambia toni a ogni istante, e si fa striare, increspare, sconvolgere, rifare, come fa la terra che là è coltivata, qua deserta, più in là splende in piena luce, più lontano la vedi carica di ombre; e così ogni tanto assisti a un fenomeno nuovo di colorazione che da solo basterebbe a dare un aspetto caratteristico a un paesaggio e a deliziarlo, ma che in tanta vastità costituisce appena un episodio.
     E il paese vigila dall'alto. Nulla sfugge da quel nido di aquile; né un respiro né un mutamento né una increspatura né una grazia.
     Così vasto è il panorama che il paese ne è divorato. A un certo punto Silvi non esiste più. Ti accorgi che fu un pretesto per spingere lo spettatore nel centro della delizia. Silvi è un paese creato non già per mostrare qualche cosa di sé, ma per lasciar vedere al di fuori. E' una specie di sacrificio offerto all'infinito.
     Infatti quel che si vede da Silvi è divino. Esso è il centro di una estasi. Il mare i monti il cielo partecipano all'incanto subito dopo aver raggiunto il culmine della bellezza. L'originalità di questa visione è nello stato di assoluta felicità in cui si trovano gli elementi che vi concorrono. E' una gara senza precedenti in cui l'accordo è dato dal cielo dal mare e dai monti temperati dalla dolcezza delle colline.
     Se Silvi non avesse al fianco la sua verde collina, forse mancherebbe in gran parte del suo fascino. La collina gli serve per consolarlo della sua visione dell'infinito. Presenta questa collina tale varietà di verde e tale dovizia di poderi di vigne e di canneti che pare creata per distrarre lo spettatore dalla troppa gioia del mare e dargli tregua e riposo.
     Ma i colossi guardano alle spalle e anche senza voltarvi ne sentite la maestà. Hanno nome Maiella e Gran Sasso. A guardarli quando sorge il sole appaiono d'oro. Al tramonto diventano viola.
     Silvi è al centro di queste cose sublimi, e naturalmente possiede, come ogni paese di questa terra, il suo campionario d'uomini.
     Costruito da pescatori, serve di vedetta per seguire le vicende della pesca. Ogni tanto le donne si affacciano e riconoscono i mariti e i figli dal colore che hanno le vele delle barche. Queste vele sono di una indicibile vaghezza così leggere, quasi puntate con gli spilli per segnare la rotta di un avventura strategica e si pensa con meraviglia che il vento possa sospingerle in mezzo all'onde.
     Ma quando infuria la tempesta e le imbarcazioni sono in pericolo il belvedere si popola di uomini neri e di donne scarmigliate che urlano si strappano i capelli invocano nomi cari. Allora il belvedere diventa un piazzale tragico. Il contrasto degli elementi urla con la voce degli uomini, Il dramma in agguato sulla soglia delle case prorompe con la stessa furia della tempesta. L'immensità dello scenario è divorato dal breve palcoscenico dove l'umanità è squassata dal terrore.

     Queste ore tragiche sono rare, per fortuna. Silvi è il paese del silenzio. Le voci umane, quando irrompono, sembrano sgradevoli. Lo schiamazzo dei bimbi che nel paese rappresentano una vera moltitudine e sembrano unicamente nutriti dall'aria e dal sole, irrompe come un'assurdità dilaniante. Il paese del silenzio non sopporta voci di uomini ma solo sussurri dell'etere. Lo stesso rumore del treno che segue la costa adriatica col suo pretenzioso pennacchio di fumo, mentre il convoglio si snoda pigramente acquista un sapore burlesco e anacronistico. Il treno può interessare le case della marina ben rassettate coi loro tetti rossi in prossimità della spiaggia. Esse, si, sono le custodi degli avvenimenti terreni. Ma il paese no. Il paese quando è sconvolto dal dramma diventa il pretesto per uno spettacolo romantico che ha per fondale il mare.

     Esiste a Silvi un pazzerello che pare inventato per dar sapore al paesaggio. Confesso umilmente di non averlo inventato io. Il pazzerello esiste. D'un tratto esso spunta dalla via e va verso il belvedere con le braccia in alto cadenzando il passo con la testa e con tutta la persona a destra e a sinistra, canta rollando. Arriva improvviso a piedi scalzi, col volto di un asceta. E' un disgraziato che soffrì da bambino le convulsioni che gli vuotarono il cervello ma non gli impedirono di vivere bamboleggiando.
     Ogni tanto interrompe la sua ritmica marcia per chinarsi a terra a raccattare fiammiferi spenti o fuscelli che sembrano fiammiferi. Quando ne ha trovati due è soddisfatto. Allora riprende a camminare e a dondolarsi mentre con le due mani li strofina nell'aria per accenderli. E li accende, infatti, nel suo cervello. Essi splendono come razzi sul suo corpo. Eccolo felice.
     Che farà il tempo? Pioverà? Tirerà vento? Che si prevede dai monti? Che farà il mare? Le nuvole saranno spazzate dal maestrale o la bufera insidierà la sicurezza delle barche? Di queste cose si occupano i marinai che si affacciano al belvedere. I vecchi discutono, ammoniscono, sentenziano pacatamente. Un piccolo ufficio di presagi ha la sua stazione ambulante sulla terrazza di Silvi.
     Anche le personalità del paese partecipano a questa vita patriarcale. Si chiamano tra loro: «compare maestro» «compare medico». All'alba escono le donne dalle loro case recando sulla paletta di ferro la brace. Le donne si scambiano il fuoco. Chi prima accende la legna nella cucina cede i carboni accesi alle case amiche. Così il paese all'alba si scambia il buongiorno. E la vita s'inizia presso i focolari.
     Il popolo è frugale, ha pochi bisogni e tutti sono sospinti verso il belvedere da qualche cosa che li incanta e a cui rimangono inchiodati da un'ansietà inconsapevole.
     Su quelle cose semplici e immobili Silvi è sospesa miracolosamente. Talvolta in cielo corrono fiammelle che s'innalzano come razzi. E sono i fiammiferi spenti dal mentecatto che strofinati contro l'aria ininterrottamente si accendono.

     LUIGI ANTONELLI