Il suo incarnato, incorniciato dalla scura capigliatura, sfida ogni cosmetico. Gli occhi brillano di incontenibile vivacità sotto la linea perfetta delle sopracciglia di falena.
Indossa una gonna rosa pallido a fiori di susino multicolori, e sopra un lieve bolero color fiamma nel fumo. Scarpette a punte ricurve, adorne di becchi di fenici, e calze in broccato di seta di tinta pastello.
Ha il magico fascino delle ragazze dei monti Tiantai, e gareggia con la bellezza di Daji, la famosa favorita.
I vecchi, inchinandosi a loro volta, le chiesero: "A che dobbiamo il piacere della vostra visita, gentile fata dell'albicocco?"
"Ho saputo che avevate in programma una gara poetica con un ospite di qualità. Posso chiedervi di presentarmelo?"
"Eccolo qui" rispose il signor Diciotto indicando Tripitaka.
Il monaco cinese si inchinò in silenzio.
"Presto, servite il tè!" ordinò la bella signora. Alle sue spalle emersero dall'ombra altre due cameriere in abito giallo, che recavano un grande vassoio rosso laccato su cui erano disposte sei tazze della porcellana più sottile e ogni specie di frutta rara; da una grande teiera di rame damaschinato di ferro bianco si diffondeva un intenso profumo. La signora versò il tè nelle tazze, rivelando dita sottili e delicate come cipolline di primavera. Servì per primo Tripitaka, poi i quattro vegliardi, e infine riempì una tazza per sé, per tener loro compagnia.
"Perché non vi sedete, gentile fata dell'albicocco?" le disse Vacuità Eterea. Solo dopo l'invito ardì di mettersi seduta. Bevuto il tè, s'inchinò e chiese: "Sareste tanto gentili da riferirmi qualcuno dei bei versi che vi siete scambiati?"
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