Wu Cheng'en
VIAGGIO IN OCCIDENTE


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     "Le nostre sono composizioni di gente di campagna" rispose Sfiora Nuvole. "Ma il santo monaco è davvero degno di questa età d'oro della poesia dei Tang: merita i più alti elogi."
     "Siate generosi, fate ascoltare anche me."
     I quattro vecchi ripeterono i versi del reverendo, e anche il suo discorso sulla meditazione.
     "Sono maldestra e dovrei star zitta" replicò la donna sorridendo, "ma non sono capace di lasciare senza risposta versi così belli. Permettete che tenti di rimare sul modello dell'ultimo poema." E recitò:

     "L'imperatore Wu mi volle un dì cantare,
     Tanta grazia e dolcezza nel mio seno trovò.
     Un pulpito a Confucio pur seppi procurare(54).
     Se son troppo matura, marmellata farò."

     I vecchi lodavano i versi e se li ripetevano, la signora sorrideva e si schermiva, mormorando timidamente: "Sono tanto confusa! Ma il santo monaco non vorrebbe comporre altri dei suoi versi così sottili e ingegnosi?" E si avvicinava sempre più a Tripitaka, si strofinava contro di lui, finché giunse a sollecitarlo espressamente: "Mio dolce amico senza pari, cogli la notte propizia, divèrtiti! Che cosa vogliamo aspettare? La vita è breve: quando troverai un'altra occasione come questa?"

     "Santo monaco" perorava il signor Diciotto, "non potete che essere lusingato dai teneri sentimenti che vi dimostra la nostra cara fata. Se non le diceste di sì, sarebbe un delitto contro il buon gusto."
     "Il nostro santo monaco è un uomo di grande reputazione" intervenne Rettitudine Solitaria. "Naturalmente deve salvare la forma, e noi non possiamo insistere perché la trascuri. Sfiora Nuvole e il signor Diciotto possono fare da intermediari, io e Vacuità Eterea saremo i testimoni; così sarà un matrimonio come si deve."


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