Wu Cheng'en
VIAGGIO IN OCCIDENTE


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     Volpi e procioni vanno e vengono, saltano da una roccia all'altra; daini e camosci fanno brevi comparse nei luoghi impervi. Ruggisce la tigre, lupi grigi e leopardi maculati sbarrano la strada.

     C'era di che terrorizzare Tripitaka; ma bastava che Scimmiotto brandisse il suo randello e lanciasse un grido per gettare il panico tra le fiere e farle fuggire. Salirono un colle e ne stavano discendendo verso un altopiano, quando videro, fra luci e brume iridate, un complesso di torri, terrazze e padiglioni da cui giungevano, attutiti dalla distanza, suoni di campane e di pietre sonore.
     "Andate a vedere di che cosa si tratta" li esortò Tripitaka.
     Scimmiotto osservò accuratamente, facendosi solecchio con la mano: che bei posti!

     Preziosi edifici sacri, degni dei più illustri monasteri; ampia valle silenziosa, in cui si spande il profumo del cielo.

     Pini azzurri, inzuppati di pioggia, stanno a guardia dei superbi padiglioni; bambù verde giada trattengono le nuvole intorno alla sala della predicazione. Il palazzo del drago brilla di luce iridata, mille colori fluttuano su quel terreno sacro. Balaustre vermiglie, portali di marmo, colonne dipinte e travi scolpite.
     Dove si spiegano i sutra, sale l'incenso; dove viene rivelata la parola, brilla la luna dalle finestre. L'albero color cinabro risuona di cinguettii d'uccelli, alla sorgente sul bordo della roccia si abbeverano le gru.
     Ovunque i fiori diffondono il fascino del Jetavana, le imposte si aprono sulla luce di Srâvastî. Da torri e terrazze prospicienti la montagna vibrano lunghi suoni, lenti e pesanti, di campane e di pietre sonore.


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