Felice Venosta
CARLO PISACANE E GIOVANNI NICOTERA
(o LA SPEDIZIONE DI SAPRI)


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     Giovanni Gagliani, di Milano.
     Giovanni Sala, idem.
     Amilcare Bonomi, idem.
     Pietro Rusconi, di Treviglio (Lombardia).
     Carlo Rota, di Monza.
     Luigi Barbieri, di Lerici (Genovesato).
     Lorenzo Gianoni, di Genova.
     Domenico Bolla, idem.
     Gaetano Poggi, idem.
     Felice Poggi, idem.
     Cesare Faridoni, idem.
     Domenico Porro, idem.
     Francesco Medusei, idem.
     Giuseppe Faielli, di Parma.
     Federico Foschini, di Ugo (Romagna).
     Luigi Conti, di Faenza.
     Giuseppe Sant'Andrea, di Bologna.
     Cesare Achille Perucci, di Ancona.
     Cesare Cori, idem.
     Domenico Mazzoni, idem.
     Giovanni Camillucci, idem.
     Lodovico Negroni, d'Orvieto."

     Mentre volgevano la prua verso l'isola di Ponza, ove in orride prigioni stavano rinchiuse alcune centinaia d'infelici condannati politici, al Nicotera veniva in pensiero di rovistare il piroscafo se mai per avventura vi fossero armi. Sotto coperta discopriva sette casse con 150 schioppi, che un armaiuolo genovese spediva a Tunisi, e poca polvere, rimasta sul legno dall'epoca della guerra di Crimea. Non è a dire come a quella scoperta giubilassero i generosi patrioti; trassero da questo lieto pronostico pell'esito dell'impresa. Durante il viaggio essi si occuparono a far cartucce, e a ventilare sempre più il disegno d'azione.

     Il giorno 27, alle ore 4 pomeridiane, il Cagliari, con a poppa la bandiera piemontese, a prua una piccola bandiera rossa, col pretesto di avarie, dava fondo innanzi a Ponza. Il capitano del porto si recava a bordo per dar pratica al legno; ma a viva forza era ritenuto prigione. In pari tempo il Pisacane con quattordici compagni, essendo gli altri rimasti a guardia del battello, a mezzo delle lancie, scendeva a terra ed assaltava il posto doganale, che si trovava sulla marina, e lo disarmava; indi aggrediva la guardia dei Veterani, di là poco discosta; qualche tiro di schioppo veniva scambiato; ma anco quella non tardava a cedere. Il Pisacane guidava sollecito i compagni verso il forte. All'avanzarsi di lui i trecento soldati di fanteria, che vi stavano di guarnigione, si attelavano a battaglia; ma niuno in atto di minaccia. Gli ufficiali credevano che quel pugno di gente fosse foriere di forte nerbo d'armati; essi si facevano incontro al Pisacane, e chiedevano di essere trattati cogli onori di guerra. In pari tempo Nicotera, Falcone e Daneri, pure unitosi ai congiurati, recavansi dal vecchio comandante dell'Isola, il quale, accompagnato dalla moglie e dalle figliuole piangenti, accostavasi a loro, e, non meno commosso della sua famiglia, impetrava la vita. Il Nicotera gli rispondeva "consegnasse le armi e le chiavi delle prigioni; nulla avessero a temere che non assassini, ma essere Italiani venuti a combattere le guerre dell'indipendenza della patria."


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