Felice Venosta
CARLO PISACANE E GIOVANNI NICOTERA
(o LA SPEDIZIONE DI SAPRI)


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     Non fu possibile di raccogliere tutti i nomi dei molti valorosi che morirono colle armi alla mano. Possiamo però ricordare quello di Luigi La Vista, giovine di 25 anni, nato in Venosa, patria di Orazio. Aveva l'animo pieno di generosi e liberi propositi, l'intelletto ricco di civile sapienza; prometteva di essere un bell'ornamento della patria.
     Terminate le umani ecatombi, Napoli tutta rimase immersa in profondo lutto. Soltanto la reggia era in festa: gli sbirri e le meretrici esultanti. Il re e la regina sclamarono essere stato quello il più bel giorno della loro vita, e andarono nella chiesa del Carmine a rendere grazie a Dio della vittoria di sangue. Ad istigazione della polizia, frotte di meretrici sozzissime non cessarono di andare per le vie gridando viva u re! Unite a sbirri e a soldati rubavano e facevano oscena guerra ai baffi e alle barbe dei cittadini. Chiunque fosse riconosciuto per guardia nazionale, per deputato o per liberale, era vituperato con parole e percosse. Lo stesso generale Gabriello Pepe fu svaligiato dagli Svizzeri e condotto al castello, ove lo tennero due giorni in prigione in mezzo agli scherni di vilissima soldatesca.

     Napoli fu messa in istato d'assedio; la guardia nazionale e l'assemblea furono sciolte; della libertà non rimase nè pure l'apparenza. Molti dei deputati, che avevano durato intrepidi in faccia al pericolo e non si erano disciolti che per la violenza della forza brutale, dopo aver scritta e firmata una degna protesta, portarono la notizia di quegli orrori nelle Calabrie. Tutti i liberali calabresi si commossero al tristissimo annunzio, e gridarono vendetta. Si crearono comitati di sicurezza pubblica in Catanzaro e in Cosenza; molta gioventù corse alle armi, e si formò in Filadelfia un campo di ottomila volontari, desiderosi di vendicare i fratelli trucidati a Napoli. Il governo mandò contro di essi il generale Nunziante con forte nerbo di soldatesca feroce e di quantità grande d'artiglieria. Al ponte della Grazia, al fiume Angitola si venne alle mani, e alcuni Calabresi si batterono da eroi; ma, sopraffatti dalle artiglierie, dovettero ritirarsi e sbandarsi. Fra quelli che ivi caddero martiri della libertà sono ricordati Angelo Morelli e Giuseppe Mazzei, due uomini tenuti in pregio ed onore per la generosa indole loro. I soldati del Borbone lasciavano la desolazione in ogni luogo; rubavano e uccidevano anche chi li accoglieva con segni di gioia. I pochi abitanti rimasti a Filadelfia, dopochè si erano ritirati gli insorti, per campare dal flagello, mandarono una deputazione di preti, alle soldatesche, invitandolo nella città e assicurandole che sarebbero accolte amichevolmente. I pretoriani entrarono il dì 28 giugno; e l'accoglienza fu quale era stata promessa. Ma ciò non rese migliore la sorte degli abitanti. Furono invase le case: grandi le rapine e i guasti; poi ingiurie, percosse e uccisioni; contaminato l'onore delle donne, straziati i venerandi vegliardi, diciotto cittadini condotti in ostaggio. Otto furono uccisi, fra i quali due fratelli Federico ed Edoardo Serrao. Orribili casi avvennero anche al Pizzo, comechè ivi pure si accogliessero i soldati con ogni guisa di dimostrazioni amorevoli. Alle gentilezze, que' berrovieri risposero colla strage e col saccheggio. Fecero fuoco contro le case e contro le persone; atterrarono colle scuri le porte, rapirono, distrussero, spogliarono uomini e donne; poi, ebbri di furore e di vino, dettero di piglio nel sangue innocente: molti pacifici cittadini furono spenti o feriti. Queste ed altre scelleratezze commisero in Calabria nel giugno nel 1848 i soldati del Borbone, guidati dal Nunziante, il quale nei suoi proclami diceva "esser venuto a rimetter l'ordine, a frenar l'anarchia, a proteggere le sostanze e le vite dei cittadini." Nè qui finirono i lutti e le stragi del 1848. Nel settembre la città di Messina pativa rovine, incendi e macelli. I Borboniani vi fecero opere esecrate così che nella storia non trovano confronto.


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