Felice Venosta
CARLO PISACANE E GIOVANNI NICOTERA
(o LA SPEDIZIONE DI SAPRI)


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     La guardia urbana di Sapri, Torraca, Sala e di altri paesi, raccolta dal giudice di Torchiara, forte di ottocento uomini, a cui si erano uniti duecento gendarmi, si schierava nel piano di Padula per combattere i generosi. Spuntava l'alba dei 1.░ luglio. I volontari della libertÓ, comechŔ in molto minor numero e cinti dappertutto da uomini a loro ostili, accettavano la lotta, e combattevano come sanno i campioni d'una causa santa. Sgominati, sanguinosi, i Borboniani non potevano a lungo resistere all'impeto della sacra falange, e fuggivanle dinanzi, lasciando sul terreno parecchi morti, fra cui degli ufficiali. Invano, dopo la vittoria, l'eroica legione cercava di che confortarsi: ogni porta, ogni finestra era chiusa: essa doveva, cosa inaudita, soffrire la fame e la sete, lÓ ove non avrebbe dovuto trovare che abbondanza di tutto, che fraterne accoglienze. La tirannide col suo terrore non solo il sentimento di patria, ma anco quello di umanitÓ aveva soffocato nel cuore di quei terrieri.

     Mentre i generosi, adagiati sotto gli alberi, rinfrancavano le forze, di cui avevano pur troppo abusato, venivano d'un tratto scossi dal suono d'una fanfara. Erano le otto compagnie del 7░ battaglione cacciatori, mandate in soccorso degli urbani dall'intendente Ajossa(25). Comandavale il tenente-colonnello Ghio, quel desso che in Sicilia aveva alcun mesi prima date prove d'inaudite barbarie. L'infame Ajossa sapeva finamente scegliere fra gli ufficiali superiori dell'esercito, napoletano, quelli che devotissimi erano al Falaride. Il Ghio, fatto generale, alla testa di un corpo d'esercito, fuggiva vilmente nel 1860 innanzi ad una mano di volontari guidati dal Garibaldi. Sempre cosý gli uomini della tirannide: jattatori e crudeli nella vittoria: servi e vigliacchi nella sconfitta!


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