Felice Venosta
CARLO PISACANE E GIOVANNI NICOTERA
(o LA SPEDIZIONE DI SAPRI)


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     Non è possibile di adequatamente narrare tutti gli orrori di quella giornata d'inferno. Dappertutto strage, stupro e rapine. Spogliati i magazzini, spogliate le case, le chiese, fu superato il furore delle bande del cardinale Ruffo. Vi furono famiglie intere distrutte, donne prima violate e poi spente, innocenti bambini gettati colle loro culle nelle vie e nei pozzi. Molte guardie nazionali perirono sulle barricate: 27 prigionieri furono condotti nei fossi del castello e uccisi subito alla presenza del conte d'Aquila, fratello del re. Furono assassinati circa duecento tra vecchi, donne e fanciulli. Parecchi morirono nel palazzo Gravina, che fu dato alle fiamme. Ivi quattordici persone che si erano nascoste nelle cantine, nei giorni appresso furono trovate cadaveri. Da molte donne si esigeva denaro o poi si straziavano e si uccidevano. La moglie di un Ferrari ucciso nel palazzo Gravina, per salvarsi dal fuoco diede ventimila ducati di gioie; e appena avuto il prezzo, gli sgherri la gettarono giù dal balcone. La vedova Benucci diede seimila ducati per salvare l'onore delle figlie; si prese il denaro e si tolse l'onore. Alla figlia del marchese Vasatura, giovinetta di tredici anni, fu trapassato il ventre da cinque baionette, mentre sull'uscio chiedeva pietà. Angelo Santilli fu ucciso nel letto. Era un giovine di 17 anni, nato in Terra di Lavoro, ricco di dottrine politiche. Aveva facile e calda eloquenza e di leggieri trasfondeva negli altri i sentimenti che gli commuovevano il cuore. Egli per le vie di Napoli faceva alla plebe la spiegazione del Vangelo e delle libere dottrine insegnate da Gesù; predicava la religione, la libertà, la fratellanza, l'amore. Il despota napoletano lo odiava perchè insegnava agli uomini a conoscere i loro diritti, e con ogni suo discorso diminuiva il numero delle anime schiave. Il 14 maggio predicò per l'ultima volta al popolo, che plaudiva e piangeva. Le sue parole in quel giorno furono più del solito malinconiche e commoventi. Tornato a casa, nella notte del 14 al 15, fu preso da febbre ardentissima, e stava in grande travaglio quando la città rintronava dei reboati del cannone e si contaminava tutta di sangue. Due giovani fratelli, la sorella e una fantesca a quell'orribile suono stavano raccolti e spaventati intorno al letto dell'ammalato. Le finestre della stanza erano chiuse; da esse non era uscito alcun tiro di schioppo; ma l'infelice era designato ai carnefici. Si cercò la sua casa, si ruppe la porta, si invasero le stanze, si fece fuoco su tutti. L'ammalato, giacente al letto, ebbe una palla al cuore e morì nell'istante. Nello stesso modo furono spenti i fratelli e la sorella dell'infelice.


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